Ogni tanto qualcuno me lo dice con la stessa faccia. Il mercato è fermo. I clienti non hanno budget. Prima bastava presentarsi bene, adesso non basta più niente. La frase arriva quasi sempre alla fine di un trimestre andato storto, e ha il tono di una constatazione.
Non è una constatazione. È una spiegazione, e le spiegazioni consolano.
Il mercato difficile esiste, non lo metto in dubbio. Ma quando vado a guardare i casi uno per uno, quasi mai trovo qualcuno che ha smesso di comprare. Trovo qualcuno che ha smesso di distinguere.
Negli ultimi anni è successa una cosa poco raccontata. Gli strumenti si sono livellati. Chiunque può avere un sito curato, un portfolio credibile, un linguaggio da consulente esperto, tre casi studio scritti bene. Quello che dieci anni fa richiedeva anni di mestiere oggi si mette insieme in un pomeriggio. Il risultato è che le differenze reali non sono sparite, ma sono diventate invisibili alla distanza da cui le persone guardano.
Ho passato un pomeriggio, tempo fa, a leggere le pagine di presentazione di sei società che facevano la stessa cosa. Quattro dicevano di essere partner e non fornitori. Cinque parlavano di approccio su misura. Tutte e sei promettevano di capire prima il business del cliente. Erano probabilmente sei realtà molto diverse fra loro, con storie e capacità che non si somigliavano affatto. Da fuori, a venti metri, erano indistinguibili.
E il cliente guarda sempre da venti metri.
Questo cambia la natura del problema. Se la tua differenza esiste ma si vede solo da vicino, il mercato non la valuta: la scarta prima di arrivarci. Chi deve scegliere fra sei cose che sembrano uguali fa l’unica cosa sensata che gli resta. Sceglie il prezzo più basso, oppure non sceglie affatto e rimanda.
Quando un cliente ti dice che ci deve pensare, molto spesso non sta pensando a te. Sta cercando di capire perché dovrebbe pensare a te invece che agli altri cinque. E se quella ragione non gliela hai resa visibile tu, non la costruirà lui al posto tuo.
La reazione istintiva è alzare la voce. Più contenuti, più presenza, più promesse. È la strada che peggiora le cose, perché il rumore aumenta la somiglianza invece di ridurla: sei tu che ti aggiungi al coro delle sei società che parlano tutte allo stesso modo.
L’alternativa è meno confortevole e richiede una domanda che pochi si fanno. Qual è la cosa che noi facciamo e che gli altri cinque non farebbero mai, nemmeno se volessero?
Non “meglio”. Non “con più attenzione”. Proprio: non lo farebbero, perché non possono, o perché li costringerebbe a rinunciare a qualcosa che a loro conviene tenere.
Quella risposta lì, se esiste, si vede anche da venti metri. Nessun altro può ripeterla senza mentire, e quindi diventa una posizione invece che un aggettivo. Se invece la risposta non esiste, allora il problema non è il mercato ed è inutile continuare a chiamarlo così.
C’è una cosa buona in tutto questo. Il livellamento degli strumenti ha reso più facile sembrare bravi, ma non ha reso più facile esserlo. Le capacità che si accumulano in vent’anni non si scaricano, e i mestieri veri restano difficili esattamente come prima.
Quello che è cambiato è che adesso vanno dichiarati. Prima si vedevano da soli.